La nostra storia

Carlo Arrigone: “Nel cammino ho portato le ragazze con me”

Come stai, ho letto della caviglia, stanchezza? 
Eh, stanchezza no ma non sono abituato a camminare così tanto. Andrei ancora avanti ma la caviglia che si è gonfiata non è tanto d’accordo con me sul proseguire.

Sei riuscito a fare tutto quello che avresti voluto?
Essere qui vuol dire già tanto. Dovrò interrompere il viaggio un po’ prima ma sì, posso dire di aver fatto quello per cui sono partito. Ho ricevuto molti oggetti con la richiesta di lasciarli lungo il cammino e sono riuscito a lasciarli in alcuni luoghi importanti. Ognuno di questi, per la persona che me li ha affidati, rappresentava qualcosa di importante: una speranza, una preghiera, un dolore, era fondamentale che li “consegnassi”.

La volta scorsa mi hai parlato di ringraziamenti e riconoscimenti, hai citato molti fatti ma poche persone. 
Tanti nomi, tante storie di solitudine, di abbandono, di follia, di ribellione. Non so contarle. Mi vengono in mente dei volti e dei nomi: Noemi trasferita dai servizi, Lavinia sparita con un tossico, adesso ha un figlio e vive ancora con lui in Francia. Pina spostata in comunità terapeutica, Jessica che è tornata dal padre che la picchiava, Alessia, Eleonora, Francesca, Dalia, Emanuela, Desirée, Natalia che rimase incinta, il padre che voleva abortisse ma oggi è un nonno felice…

Chi sono tutte queste ragazze?
Ospiti delle nostre comunità, ragazze alle quali ho dato tanto ma ho anche ricevuto tanto. Nel 2011 ho avuto la possibilità di andare a passare del tempo a Villa Ramadas, in Portogallo, una comunità che si occupava di persone con dipendenze. Dipendenze di qualunque genere, da sostanze o psicologiche, dalla depressione ai disturbi alimentari, dal gioco a internet e al cellulare. Imparai molto da João Augusto e Eduardo da Silva e tornato in Italia cercai di capire se il loro modello non fosse importabile. In effetti non era possibile ma in compenso feci un incontro davvero significativo con il responsabile del dipartimento dipendenze della ASL di Varese, il dottor Vincenzo Marino, che mi aprì gli occhi dicendomi questa frase “la dipendenza affettiva è la madre di tutte le dipendenze”.

Cosa voleva dire di preciso? 
L’importante non è tanto cosa volesse dire lui ma quello che ho capito io cioè che andava trattata non tanto la dipendenza in sé – non voglio dire che non si debbano più curare le dipendenze ovviamente – ma la causa che portava alla dipendenza. Cioè la dipendenza era il sintomo di un problema affettivo. Ecco come mi si è aperto il mondo del disturbo borderline di personalità. Iniziai frequentare la nostra comunità per adolescenti di Cavenago perché ero affascinato da quelle ragazze così particolari. Un giorno avevo appena finito di discutere con una di loro che pretendeva facessi cose che in realtà non potevo fare; avevo appena finito di dirle che non ero dio, ero esasperato, quando mi si siede davanti una ragazzina che non conoscevo. Con tono arrabbiato le dico “piacere, Dio!” lei mi sorride e mi risponde “piacere, Dea”. Una sfida? Un’intesa? Capii solo che quella ragazza intelligente e simpatica mi invitata a rapportarci, chiedendomi solo di accompagnarla. Come lei ne ho conosciute tante e in quegli anni era come operare a mani nude. Cercare di tamponare le loro ferite senza altri strumenti oltre alla dedizione e alla disponibilità.

Poi cosa è successo?
Le ragazze si affezionavano ma la comunità non funzionava. Oggetti rotti, litigi, tagli, fughe, uso di sostanze, rapporti sessuali sconsiderati erano all’ordine del giorno. Ancora una volta mi venne aiuto l’esperienza. Con il dott. Marino infatti avevo iniziato a seguire dei gruppi che ogni tanto mi capitava anche di condurre in sua assenza, in quel contesto avevo imparato un metodo che iniziai ad applicare impostando quella che chiamai “cultura di comunità”, organizzando riunioni e gruppi. Per alcune di loro ho dovuto davvero combattere: a Priscilla cambiarono l’assistente sociale e decisero di spostarla in comunità terapeutica. Dopo un mese di discussioni e interpellanze al giudice, la ragazza mi dice: “è inutile dottore, devo andare, decide l’assistente”. Ogni tanto la sento ma il suo cammino è ancora incerto.

Da come lo racconti sembra più che altro un limbo, una situazione nella quale si cerca solo di sopravvivere…
L’incontro con il dott.Visintini fu una svolta: avevamo trovato una terapia con la quale curare queste ragazze. Era la fine di agosto del 2014 quando stavamo introducendo il GET® e Cristina era con noi già da anni, era davvero ingestibile, aveva crisi violentissime anche contro le persone. Ricordo che in occasione dell’inizio dell’anno scolastico la dovetti andare a prendere e portarla via caricandomela letteralmente sulle spalle perché in seguito ad una crisi aveva minacciato tutti, urlato, spaccato cose e erano intervenuti i vigili che avevano bloccato la strada. Bene, mentre iniziavamo i gruppi Cristina era stata allontanata per l’ennesima crisi violenta ma mi aveva chiamato disperata, piangendo, implorandomi di riammetterla, piangeva anche la coordinatrice. Io e Raffaele (Visintini) ci siamo guardato e ci siamo detti ‘ok, proviamo’.

Com’è andata?
Cristina non ha mai saltato un gruppo, dopo pochi mesi ha smesso di tagliarsi, le crisi si sono ridotte. Ha preso la maturità e adesso lavora. Ha finito la seconda fase del trattamento e sta molto bene.
Io sono molto contento per lei e sorrido ripensando a quando le ho permesso di rasarmi i capelli a zero! Pensarono tutti che fossi pazzo: le operatrici, il comandante dei Carabinieri e anche mia moglie si è preoccupata…

 

(continua…)

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