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L’accoglienza nei Centri Artemisia

Cosa significa ACCOGLIERE un ospite in comunità? Per dare una risposta a questa domanda, dobbiamo partire dal significato della parola “accoglienza”.

Accogliere significa “ricevere” qualcuno, “accettare”, “raccogliere”, quindi si tratta di un’apertura all’altro. Ecco, questo è ciò che avviene nelle comunità dei Centri Artemisia quando accogliamo un nuovo ingresso. All’interno di una comunità, il momento dell’accoglienza è il primo atto di relazione con l’ospite ed è probabilmente l’atto fondamentale attraverso cui si cerca di ri-conoscere l’altro, attraverso uno sguardo e una stretta di mano.

Sì, “Ri-conoscere”. Perché prima di un nuovo ingresso la storia dell’ospite ci viene presentata attraverso relazioni e racconti da parte del Servizio Sociale Inviante, ma conoscere a fondo la persona, le sue caratteristiche, le sue fragilità ed i suoi punti di forza, è un’altra storia!   

Ecco che l’accoglienza ci conduce, senza pregiudizio, ad ascoltare e ad andare oltre.

Accogliere un ospite in comunità

L’accoglienza ha diverse sfumature. Non è solo la stretta di mano all’ingresso in comunità. È il primo colloquio di conoscenza, è la chiacchierata informale a tavola, o l’accettazione rispettosa del silenzio più assordante.

Quando si accoglie un ospite, soprattutto se minorenne, tutto si concentra sui cinque sensi, un po’ come un neonato con la sua mamma. Inizialmente a predominare è sicuramente la vista. Perché è dagli sguardi che si crea il primo aggancio; poi segue il tatto, quindi la stretta di mano, o una carezza per i più piccoli; poi l’udito, quindi il tono della voce. Sì, perché è il giusto tono della voce che aiuta a dare il corretto significato alle parole. Il gusto ovviamente non possiamo utilizzarlo, ma possiamo certamente utilizzare il nostro “sesto senso”, che spesso ci indica la strada da percorrere. Infine possiamo utilizzare anche l’olfatto, per “annusare” le cose che non vanno o che non vengono dette.

Non è certamente tutto così semplice. Per far sì che, dopo la prima accoglienza da parte nostra, ci sia accettazione e collaborazione da parte delle ospiti, c’è bisogno di fiducia. Solo così l’accoglienza sarà reciproca in ogni momento del loro percorso comunitario.

Gli step antecedenti l’ingresso per far trovare un ambiente sereno

L’accoglienza della coppia madre bambino inizia ancora prima che la signora entri in struttura. I colloqui con i Servizi Sociali Invianti, la condivisione di informazioni anamnestiche e del decreto a tutela del minore, ci aiutano a conoscere e quindi ad accogliere al meglio la signora. A partire da tale momento la coordinatrice sceglie l’operatrice che sarà il punto di riferimento per la signora durante il suo progetto comunitario e che la seguirà più da vicino (operatrice di riferimento-ODR).

Inizia così a pensare, insieme al suo gruppo di lavoro (l’equipe educativa), a come riorganizzare gli spazi all’interno della struttura, a che stanza fare utilizzare alla signora e a come gestire eventuali condivisioni di bagni.

Questi “ragionamenti” sono importanti affinché la nuova ospite possa sentirsi a suo agio, e possa trovare un ambiente sereno che la aiuti ad affrontare positivamente il suo progetto comunitario, lasciandosi in parte alle spalle contesti pregiudizievoli e dannosi.  

L’accoglienza intesa come conoscenza

Segue l’accoglienza vera e propria della signora e del/i figlio/i, un processo lungo e complesso che parte dal primo colloquio di presentazione, a cui prendono parte:

  • la signora,
  • la coordinatrice,
  • l’operatrice di riferimento,
  • l’assistente sociale,
  • e in alcuni casi anche la psicologa del servizio per definire insieme le motivazioni e le finalità del collocamento.

Questo momento dà la possibilità all’equipe di osservare la signora, di comunicare con lei anche attraverso il linguaggio non verbale. Il tutto permettendole di sentirsi accolta, ascoltata, e soprattutto non giudicata, contenendo le sue prime frequenti reazioni di smarrimento e di disagio.

La parte amministrativa

In seguito, possiamo identificare un’accoglienza “burocratico/amministrativa”. Questa consiste nella lettura e nella spiegazione alla signora del patto d’Ingresso, strumento attraverso il quale vengono illustrate le regole della comunità, affinché si costruisca una buona convivenza con le altre ospiti presenti e con le operatrici.

Generalmente la lettura di tali documenti viene effettuata durante il primo colloquio educativo tra l’ospite e l’operatrice di riferimento, divenendo così uno strumento iniziale di conoscenza e di scambio.

I colloqui educativi con i minori

A questo faranno poi seguito altri colloqui educativi, che rappresentano il momento/strumento di accoglienza e di ascolto per eccellenza, rivolti anche agli ospiti minorenni. Essendo noi una comunità mamma-bambino, l’età dei minori varia da 0 a 17 anni, e l’età dalla quale è possibile effettuare tali colloqui parte dai 12 anni. Il colloquio è il momento più prezioso tra l’adolescente e l’educatore di riferimento.

Durante questo spazio, così personale e privato, si cerca di entrare il più possibile in sintonia con il minore, utilizzando quei cinque sensi di cui parlavo prima. Un altro elemento imprescindibile è l’empatia. Solo così, solo cercando di metterci “nei loro panni” è possibile costruire quella fiducia di cui necessitano per consentirgli di esprimere gradualmente tutte le loro paure, le preoccupazioni ma anche le speranze per il futuro e le aspirazioni.

I colloqui educativi con la madre

La programmazione dei colloqui educativi tra la signora e la sua operatrice di riferimento (ODR) ha generalmente cadenza settimanale; questo spazio di condivisione, che viene riservato alla signora, le dà la possibilità di condividere aspetti e problematiche relative al suo progetto comunitario, nonché vissuti personali che l’ospite decide di riportare all’ODR.     

La presa visione dei documenti sanitari in possesso dell’ospite, come ad esempio:

  • eventuali terapie farmacologiche,
  • i vaccini a cui è stato sottoposto il minore,
  • l’eventuale presa in carico presso enti come la UONPIA (Unità Operativa Neuropsichiatria Psicologia Infanzia Adolescenza), il CPS (Centro PsicoSociale), il Ser.T territoriali (Servizio Tossicodipendenze),

rappresenta un altro aspetto fondamentale dell’accoglienza burocratica.

Le fasi successive di stabilizzazione

Si procede poi, entro la prima settimana dal collocamento, all’assegnazione del medico di base e della pediatra di riferimento che seguiranno la signora e il/i figlio/i per tutta la durata della sua permanenza in comunità.

Dell’accoglienza burocratica fa parte anche l’inserimento o lo spostamento del minore presso l’istituto scolastico di zona. In certi casi, in accordo con il Servizio Inviante e quando la distanza lo rende possibile, si può decidere di mantenere l’iscrizione del minore presso la medesima scuola, soprattutto in caso di BES (bisogni educativi speciali) o difficoltà di apprendimento. Procediamo infine all’iscrizione ad eventuali attività sportive come corsi di nuoto, di karate etc.

L’accoglienza umana/empatica tra le ospiti

Nelle nostre comunità esiste anche un’accoglienza che potremmo definire “umana/empatica” composta da gesti, sguardi, aiuti non solo da parte di noi operatrici, ma anche da parte dalle altre ospiti presenti in struttura. Loro hanno già vissuto questo momento, sanno bene che cosa si prova, come ci si sente dopo essere state trasferite dalle proprie abitazioni, con la propria intimità, con i propri confort, presso una struttura dove l’unico spazio personale ed intimo è una semplice stanza.

Gli altri sono spazi comuni, condivisi con altre persone, inizialmente sconosciute: cucina, sala da pranzo, sala giochi. Sono le altre signore che preparano, sin da subito, il pranzo per la nuova ospite, che l’aiutano a capire la quotidianità della vita comunitaria, l’alternanza dei turni di pulizia e le norme di convivenza.

Questo confronto con le altre ospiti permette loro di sentirsi meno sole e più vicine le une alle altre.

Cristina Conteduca

Francesca Grazioli