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Coltivare la fiducia reciproca: ecco come approcciare il percorso psicologico

Il concetto di supporto psicologico è tanto diffuso quanto vago. A seconda dei vari contesti, sembra comprendere sia gli interventi psicoterapici che mirano a sostenere il cliente alle prese con eventi più o meno burrascosi della sua vita, sia quelli che mirano ad essere altamente trasformativi, cioè finalizzati a produrre un cambiamento in colei o colui che fruisce dell’intervento. I primi a volte vengono definiti propriamente supportivi, i secondi espressivi.

Si può tornare a essere quelli di prima?

Trovo questa distinzione artificiosa e tende a ignorare un aspetto caratteristico di qualsiasi tipologia di intervento in ambito psicologico. Cioè che la “cura” psicologica non può in nessun caso prevedere il ripristino delle condizioni precedenti allo stato patologico o all’evento traumatico. In altre parole non si può “tornare a essere quelli di prima”, se parliamo di assetto psicologico.

Per esempio, non è possibile che una persona possa ripristinare il modo di sentire e di vedere il mondo che lo caratterizzava dieci anni fa. Piuttosto, sarà possibile creare – a partire dalla propria storia – un modo di essere e di sentire nuovo, evoluto, che comprenda ma non si limiti a quello attuale. Ogni intervento psicologico, quindi, prevede una trasformazione che può essere più o meno profonda o circoscritta.

Il ruolo dello psicologo

Questi aspetti caratterizzano qualsiasi modalità di trattamento psicologico, al di là degli orientamenti, dei contesti e delle diverse e specifiche finalità. Ma qual è il ruolo dello psicologo in tutto ciò? Quello di facilitare lo sviluppo di questo nuovo modo di essere e di sentire, a partire dalla relazione e per mezzo delle risorse del cliente. In altri termini, condurre per mano colui o colei che chiede aiuto. L’obiettivo è giungere a fronteggiare gli eventi della propria vita in modo più funzionale, cioè più in linea con i propri valori e le richieste dell’ambiente.

Lo psicologo facilita quindi il cambiamento inteso come un atto intenzionale e deliberato, che coinvolge entrambi gli attori, sia lo psicologo sia chi chiede aiuto. Questa collaborazione, pur fisiologicamente altalenante, prevede che si condividano degli obiettivi comuni, sui quali si concentrerà il lavoro stesso. “Con quale obiettivo ti offro il mio aiuto?”, potrebbe chiedersi lo psicologo; “Per quale motivo dovrei affidarmi a te?”, si chiede certamente il cliente.

La fiducia

Come qualsiasi gesto di condivisione, quanto illustrato richiede che si crei un certo grado di fiducia reciproca. Allo psicologo è richiesto di essere fiducioso nelle proprie capacità e in quelle di chi chiede aiuto. Fidarsi cioè di essere in grado di aiutare ma anche che chi riceve questo aiuto sia in grado di superare le proprie difficoltà attraverso le proprie risorse. Al cliente spetta invece il compito più arduo: affidare la propria intimità e le proprie vulnerabilità a uno sconosciuto che si suppone sia in grado di dare una mano.

In conclusione, penso che la consapevolezza dell’estrema difficoltà di questo compito debba alimentare, negli operatori come nei famigliari, un atteggiamento di profondo rispetto verso chi decide di intraprendere un percorso psicologico. Dal lato degli operatori, ciò significa mettere in primo piano la loro responsabilità nel creare le condizioni più adatte affinché chi chiede aiuto possa ottenerlo, all’interno di una relazione caratterizzata da profonda accettazione e assenza di giudizio.

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