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Il ruolo dei Centri Artemisia nelle tragedie familiari come quella di Taranto

Domenica 7 ottobre, Taranto. Una lite famigliare è sfociata in tragedia quando un padre 49enne ha tentato di uccidere i suoi due figli, un ragazzo di 14 anni e una bambina di 6, accoltellando alla gola il primo e lanciando la piccola dal terzo piano. La bambina è ancora ricoverata in ospedale in gravissime condizioni mentre il ragazzo è stato ferito gravemente ma non è in pericolo di vita.

La furia dell’uomo si è scatenata dopo l’ennesimo litigio con l’ex moglie mentre era in visita ai figli presso l’abitazione della nonna, alla quale i ragazzi sono stati affidati dopo le misure restrittive della potestà genitoriale. Per quanto tragico l’orribile episodio non è che l’ennesimo caso di violenza domestica di cui la cronaca si incarica di informare il grande pubblico, che rimane sconcertato chiedendosi cosa accadrà ora – non tanto al padre affidato alla giustizia ma ai figli, vittime della sua frustrazione potenzialmente omicida.

È una domanda che spalanca una breccia sull’attività dei Centri Artemisia per donne e madri in disagio, vittime di violenza e minori bisognosi di tutela, assistenza e sostegno; molti dei casi accolti hanno infatti simili storie di violenza alle spalle. Come misura di tutela i figli possono essere collocati presso una comunità autorizzata, anche con la madre, con un decreto del Tribunale per i minorenni o in forma urgente con un provvedimento provvisorio dell’Autorità Amministrativa o Giudiziaria (dal Comune ad esempio o dalle Forze dell’ordine). Se si teme per la loro incolumità il collocamento in comunità può avere caratteristiche di segretezza, anche allontanando il nucleo famigliare dalla città e dal territorio di provenienza.

L’uomo di Taranto difeso da un legale d’ufficio, perché il suo avvocato di fiducia non se l’è sentita e ha rinunciato al mandato, ha mormorato davanti al GIP di voler vedere i “suoi figli”. Senza conoscere a fondo le situazioni specifiche non è facile pronunciarsi, tuttavia l’aggettivo possessivo utilizzato è in grado di illuminare molte situazioni analoghe dove la relazione con il figlio, la moglie, la compagna, la fidanzata arrivano ad essere concepite come proprietà, e in taluni casi anche come parti di sé. Tale sembra il caso di questo uomo per il quale la separazione dalla moglie e l’allontanamento dai figli hanno avuto un effetto psicologicamente e concretamente devastante.

In altri casi come quelli accolti per un progetto di sostegno, valutazione e risocializzazione nei Centri Artemisia, possono giocare anche altri fattori come certi pregiudizi culturali che ancora assegnano al “capofamiglia” un diritto di proprietà sulla moglie e sui figli. Il problema è attualissimo e grave. Per affrontarlo serve la collaborazione di tutti gli attori sociali. Per favorire la crescita di questa sensibilità i Centri Artemisia promuovono da tempo sui territori nei quali operano incontri pubblici e convegni. Uno degli ultimi aveva il significativo “Quando il figlio e minacciato. Maltrattamento e tutela”. Gli atti sono stati pubblicati dall’editrice Odon.

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