Centri SnodiProgetto Sperimentale MeriniVita di comunità

La mia esperienza presso la Comunità Alda Merini

“È essenziale che ogni navigatore salpi con la sua imbarcazione portando con sè il bagaglio tecnico e culturale necessario ad affrontare il mare trovandosi nelle consizioni migliori; ma il navigatore sufficientemente esperto sa che dovrà adattare le proprie tecniche al mare e al tempo, e che ogni viaggio sarà in qualche misura imprevedibile e comunque diverso dai precedenti.”

Bolognini, L’empatia psicoanalitica (2002)

Il mio percorso in qualità di Educatrice presso la Comunità Alda Merini è cominciato circa sei mesi fa, nell’Ottobre 2020. Ho sempre desiderato lavorare all’interno di Strutture residenziali, in un’équipe curante, solida ed a stretto contatto con le pazienti accolte. Amo condividere la quotidianità con le ragazze perché trovo sia una via fondamentale per conoscerle, gradualmente, in modo sempre più profondo ed intimo. Ognuna di loro, nonostante sia accomunata dalla medesima diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità, ha un proprio mondo interno, ricco e variegato, specifici hobby, desideri, sogni, ma anche paure ed angosce. Ritengo che l’esperienza controtransferale sia necessaria per entrare davvero in contatto con il mondo interno dell’altro.

La Comunità: luogo di accoglienza e condivisione

Il percorso in Comunità è impegnativo, le ragazze si ritrovano all’interno di un sistema fatto di regole, di relazioni, di modi di vivere e di pensare; l’impatto è molto complesso e, qualunque sia il motivo per cui giungono in Comunità, è necessario costruire insieme a loro un significato condiviso e concertato. La Comunità è per me un luogo di accoglienza in cui le ragazze possono sentire di depositare la propria sofferenza e le proprie parti deficitarie; luogo in cui il dolore psichico può trovare finalmente espressione, nella “casa-comunità” ritengo che possano ritrovare la propria “casa interna”.

Attraverso la condivisione della quotidianità si aiutano le ragazze non solo a riflettere sulla propria vita interiore, ma soprattutto a farne esperienza; il legame che nasce tra operatrice e paziente va coltivato, si costruisce con il tempo, giorno dopo giorno. E’ qualcosa di estremamente delicato che necessita di dedizione e cure costanti. Una semplice incomprensione può procurare al legame una profonda ferita che potrà richiedere anche un tempo prolungato per cicatrizzarsi. In alcuni casi capita di entrare sin da subito in sintonia con una paziente. In altri potrà essere guadagnata solo dopo molto tempo e dopo molto lavoro.

Il lavoro interiore delle operatrici

La mia esperienza in Comunità mi ha fatto capire che, necessariamente, una parte di questo lavoro debba essere svolta dentro di noi, nel tentativo di comprendere il senso e la storia dei tratti del nostro interlocutore che lo rendono ostile e talvolta alieno, in rapporto anche a fantasmi del tutto nostri.

La Comunità implica un continuo apprendimento e sviluppo. E’ un contesto all’interno del quale, a volte, ci si ritrova a rinunciare ai propri strumenti professionali di precisione per misurarsi con una realtà mutevole e sfuggente. Spesso richiede di trovare rapidamente una risposta alle sollecitazioni che provengono dalle pazienti senza poter contare nell’immediato sull’apparato teorico e tecnico consolidato. Talvolta si provano specifici affetti senza sapere perché o collegati a cosa. Un lavoro su di sé aiuta a distinguere ciò che proviene da noi e ciò che proviene dall’altro.

Alcune volte mi sono ritrovata ad operare scelte importanti senza avere il tempo di riflettere approfonditamente. Questo comporta ovviamente il rischio di prendere decisioni sbagliate e pericolose. È un lavoro che richiede prontezza nel decidere una linea di condotta, nell’esercitare una funzione, nel dare una risposta alle domande delle pazienti espresse non solo con le parole, ma soprattutto con i fatti ed i comportamenti.

Il percorso da costruire: quotidianità, formazione e passione

Capita che le ragazze mettano seriamente in crisi con violenti ed improvvisi travasi di aggressività. In queste situazioni diventa fondamentale cercare di cogliere il senso delle difficoltà tradotte in sintomi per renderlo “leggibile” anche a loro. La quotidianità diventa occasione per mostrare alle pazienti quelle possibilità per loro così offuscate e difficili da mettere a fuoco a causa dell’alta emotività che le caratterizza e che spesso prende il sopravvento.

Sicuramente divengono necessari una formazione ed un aggiornamento costanti. Ritengo che il lavoro svolto si tramuti in esperienza solo se accompagnato da curiosità, passione e piacere. Con il tempo ho imparato a disfarmi delle abitudini mentali che condizionano e irrigidiscono mortificando la sensibilità spontanea che ho sempre pensato fosse uno dei principali alleati in questo lavoro, strumento di indagine e conoscenza che l’esperienza si incaricherà di tarare.

Non bisogna temere di ascoltare le proprie emozioni

Occorre avere il coraggio di provare ciò che si prova soprattutto in un contesto di questo tipo. Ovviamente, come ho avuto modo di sperimentare sulla mia pelle, l’affettività non è sempre prevedibile e controllabile. Spesso si prova anche un intenso disagio di fronte alle sollecitazioni violente cui pazienti con questa tipologia di sofferenza sottopongono. I fallimenti, e assicuro che sono molteplici, devono diventare oggetto di riflessione. Bisogna interpretarli come qualcosa che ci impone di cercare di capire cosa non ha funzionato e perché.

A volte, nella relazione con le ragazze ci si ritrova a muoversi a tentoni. Tutto può divenire complicato e contorto. Ciò che appariva chiaro in un primo momento diventa oscuro. La capacità di tollerare le molteplici frustrazioni che ne conseguono è la molla che permette di apprendere dall’esperienza:

le difficoltà divengono occasione di crescita, conoscenza e trasformazione.

L’importanza del proprio spazio personale

Fondamentale, in un contesto di questo tipo, è evitare un coinvolgimento senza controllo. Se ci si lascia invadere non è più possibile aiutare le ragazze. Occorre difendere il proprio spazio personale, costruendo e mantenendo delle condizioni che consentano di fare del proprio meglio. I momenti di riflessione personali sono proprio quelli in cui è possibile confrontarsi con se stessi, staccandosi da un contatto con l’altro che rischierebbe di essere troppo coinvolgente e caldo, traumatico, tale da bloccare la capacità di elaborazione del pensiero.

La vita di comunità è per me ancora oggi una sorta di palestra di addestramento. Sicuramente richiede molte energie, ma aiuta anche a fare maggiore chiarezza nel proprio mondo interno grazie anche al sostegno delle colleghe.

L’equipe e il lavoro di squadra

Considerando proprio l’elevata emotività con cui si entra in contatto, soprattutto durante gli interventi di crisi, trovo fondamentale discutere dei propri vissuti, e della relazione con le pazienti, con l’équipe dei colleghi, trovando in essa solidarietà affettiva e competente in grado di sostenere e orientare. Mi è sempre piaciuto utilizzare l’espressione “lavoro di squadra” in cui ognuno è chiamato a svolgere il proprio compito mettendo in gioco qualità, idee, risorse ed esperienze personali.

È giusto però sottolineare che neanche all’interno del gruppo curante le cose procedono sempre lisce come l’olio. La realtà è fatta di posizioni differenti, a volte in conflitto, e di relazioni non sempre facili. Talvolta credo sia molto più complicato far fronte alle difficoltà che insorgono nelle relazioni con le colleghe piuttosto che con le pazienti.

Riconoscere i propri limiti e sostenersi a vicenda

Importante, però, è che tutto ciò che emerge diventi oggetto di riflessione e possa trasformarsi in qualcosa di costruttivo ed evolutivo. Occorre ascoltare le diversi opinioni anche se diverse dalla propria, riconoscere i propri limiti, mostrare flessibilità di fronte alla necessità di cambiare atteggiamento e valorizzare ogni punto di vista per il contributo che apporta e per la sua unicità. Tengo a sottolineare che alcune colleghe rappresentano per me una risorsa imprescindibile, offrendo sostegno e supporto nelle situazioni emotivamente molto cariche; credo che avere accanto qualcuno offra la possibilità di “viaggiare più veloci e con un bagaglio a mano un po’ meno pesante”. Mi hanno aiutata a sostare in aree di incertezza, a ritrovare significati in merito a ciò che si stava verificando in quel preciso momento e a prendere in esame punti di vista nuovi in grado di smobilizzare situazione di impasse.

Come afferma Nancy McWilliams (2002) “Il paziente ci tocca, ci ispira, ci frustra, ci annoia, ci delizia, ci sorprende e nel legame che costruiamo con lui scopriamo sentimenti che forse non abbiamo mai provato prima”.

Una delle funzioni fondamentali del nostro lavoro è quella di fungere da specchio, non nel replicare emozioni ed espressioni, ma nel fornire la raffinata sintonizzazione e l’appropriata risposta emotiva, consentendo alle ragazze di entrare in contatto con parti di sé più profonde a cui faticano ad accedere da sole.

Francesca Monti