Centri SnodiLa nostra storiaVita di comunità

La supervisione clinica in Artemisia Junior

La vocazione all’accoglienza di Artemisia Junior è sempre stata tutta al femminile, dalla sua fondazione fino a oggi, passando dalla significativa sperimentazione con il metodo GET avvenuta tra il 2014 e il 2017. Nel corso di questo percorso, l’Ente Gestore e l’equipe delle operatrici si accorgono presto che la storia di disagio sociale delle ospiti lascia spesso gravi segni sul piano psicologico e relazionale. Sommandosi, queste difficoltà costituiscono un forte ostacolo all’adeguato sviluppo della personalità, soprattutto considerata la giovane età delle ospiti della comunità.

Nonostante la ovvia necessità di farsi carico di tali situazioni, diventa subito chiaro che l’impostazione educativa tradizionale non è sufficiente e va ripensata. La strada più idonea sembra essere l’integrazione della dimensione educativo-riabilitativa con una dimensione di presa in carico specificamente clinico-psicologica.

La supervisione psicologica

In questo progressivo percorso di esplorazione e scoperta delle caratteristiche e delle necessità della propria utenza, la supervisione psicologica in Artemisia Jr. si pone come punto di convergenza tra due ordini di istanze.

Vista dall’Ente Gestore

Da una parte, vi è il mandato istituzionale dell’Ente Gestore. Da questa angolazione prospettica la supervisione è un momento attraverso il quale i valori ispiratori che fondano la comunità, a sua volta posta all’interno del più ampio progetto dei Centri Snodi, possono trovare piena realizzazione operativa.

In tale ottica, la supervisione è momento di pensiero integrale sul caso, finalizzato a ridurre lo spazio tra le dimensioni educativo-riabilitativa e clinico-psicologica.

Vista dall’equipe

Dall’altra parte, vi sono le esigenze professionali dell’equipe in quanto gruppo di lavoro alle prese con un ambiente complesso. Da questa angolazione la supervisione è strumento di lavoro per la crescita professionale delle operatrici, attraverso l’apertura di uno spazio di pensiero che viene reso possibile dalla temporanea sospensione della routine professionale.

In linea generale, il momento supervisivo mira a fare sintesi tra queste due prospettive, mettendo a capitale gli strumenti a disposizione – concettuali, valoriali od operativi che siano – come potenziali veicoli e moltiplicatori della competenza professionale degli operatori.

Conoscere e comunicare le proprie emozioni per aumentare la propria consapevolezza

Venendo ora più nel dettaglio, è d’obbligo dichiarare che la supervisione si propone in primo luogo di aprire una riflessione critica sulla prassi professionale delle operatrici. Questo processo è in grado di porre in luce le aree di azione non pensate e le più o meno profonde difformità rispetto al modello di riferimento.

Ciò permette anche di pensare alle proprie emozioni e comunicarle in modo consapevole, all’interno di un setting professionale in cui anch’esse vengono riconosciute come parte integrante della “cassetta degli attrezzi” dell’operatrice. A tal proposito, la funzione del supervisore è aumentare il grado di consapevolezza su questi aspetti, favorendo l’emersione di istanze implicite. Il tutto proponendo collegamenti di senso tra elementi apparentemente distanti.

Il ruolo del supervisore come aiuto per valorizzare e facilitare il proprio ruolo nell’equipe

La mobilitazione delle risorse che questa riflessione operativo-emotiva comporta non di rado permette la generazione, da parte dell’equipe, di modalità operative alternative di fronte a problemi noti.

Il ruolo del supervisore, in questo scenario, è quello di facilitare questa elaborazione interna, di cui spesso egli non deve che farsi testimone, ancor prima che attivo promotore. Il senso di autoefficacia e padronanza che le operatrici traggono dalla generazione autonoma di soluzioni strategiche permette nel tempo di coltivare con continuità i talenti e le capacità caratterizzanti il gruppo di lavoro.

Anche questo rientra nel compito del supervisore:

  • porre le condizioni ottimali perché l’equipe lavori valorizzando le risorse a disposizione,
  • legittimare le emergenti capacità di problem-solving,
  • facilitare l’impiego autonomo e il potenziamento delle capacità collettive e individuali.

Pur tra inevitabili alti e bassi, questo processo conduce immancabilmente a un irrobustimento dell’equipe. Quest’ultima diviene via via più autonoma, più consapevole e più capace di comunicare con efficacia.

L’aspetto operativo della supervisione

Veniamo ora brevemente all’aspetto operativo. Il momento di supervisione viene preparato con cura dall’intera equipe, che calendarizza i casi e le attività da portare. La supervisione può avere infatti come oggetto il percorso di un’ospite oppure l’andamento di un’attività riabilitativa di gruppo; qui mi soffermerò, pur brevemente, soltanto sul primo oggetto.

L’esposizione del caso ed il dialogo di supervisione

Una volta selezionato il caso, esso viene illustrato preliminarmente dall’operatore di riferimento e dal referente psicologico. Il primo riferisce sugli aspetti di ordine educativo-riabilitativo, attraverso l’esplorazione delle aree che strutturano la conduzione del colloquio riabilitativo. Il secondo, invece, riferisce per quanto riguarda gli aspetti di carattere psicologico, raccolti prevalentemente attraverso i colloqui psicologici.

La metodologia condivisa prevede che l’esposizione del caso sia organizzata in modo tale da fornirne un primo quadro generale. Le informazioni vengono organizzate seguendo il seguente schema:

  1. Cornice istituzionale (il mandato del TM e dei Servizi, il rapporto con gli altri attori istituzionali, ecc.);
  2. Modalità abituali di comportamento in comunità;
  3. Formulazione di un problema/questione che pone le operatrici/l’equipe in una situazione di difficoltà.

Una volta esposte le informazioni di base, ogni operatrice è invitata a contribuire alla creazione di un quadro condiviso. Questo attraverso la propria esperienza professionale nell’ambito della vita di comunità. Comincia così una sorta di “dialogo di supervisione”, un momento di integrazione generativa di prospettive facilitato dagli interventi del supervisore.

Le supervisioni come spina dorsale del gruppo di lavoro

In conclusione, mi pare utile porre l’accento su un aspetto centrale del processo di supervisione: la sua regolarità. Con la sua ricorrenza quindicinale, infatti, il momento di supervisione è in grado di cadenzare virtuosamente l’attività dell’equipe, facendosi sorta di “spina dorsale” del gruppo di lavoro. Come tale, essa assume anzitutto la funzione di supportare le operatrici. Ma non solo. Soprattutto, si rende “base sicura” a partire dalla quale poter esercitare con fiducia e audacia quell’autonomia decisionale che l’agire competente in comunità inevitabilmente richiede.

Nicolò Gaj