Centri Artemisiacomunità mamma-bambinoLa nostra storiaVita di comunità

La supervisione clinica nelle comunità mamma-bambino

Il metodo utilizzato nelle comunità mamma-bambino dei Centri Artemisia comprende un elemento fondamentale nel lavoro quotidiano di cura e supporto alla persona: la supervisione clinica.

Questa si svolge con cadenza quindicinale. E’ condotta da un professionista psicologo e psicoterapeuta esperto in psicologia clinica e di comunità ed esterno al gruppo di lavoro.

Prima di ogni incontro, calendarizzato con largo anticipo, l’equipe si confronta circa il caso o la questione da portare al gruppo d’équipe in supervisione. Le tematiche per cui si può avvertire l’esigenza di una trattazione in supervisione possono sorgere a fronte di :

  • situazioni particolarmente complesse in cui si avverte il bisogno di fare chiarezza,
  • nel caso in cui si riscontrino difficoltà nel gestire un nucleo mamma-bambino alla luce di una progettualità non ben definita,
  • per provare a sbloccare momenti di impasse.

Poiché i casi da trattare hanno una difficoltà intrinseca di per sé, il primo passo per avviare questo processo di metariflessione è esporre in maniera ordinata e chiara il caso clinico. Ciò che rischia di sembrare una banalità, in realtà si rivela essere un primo passo importante per cominciare a dare ordine a ciò che può rischiare di trascinare un’equipe nel caos del turbinio emotivo.

Gli step per esporre il caso clinico al supervisore

L’esposizione del caso clinico al supervisore inizia sempre dall’inquadramento istituzionale del caso:

  • perché il nucleo si trova in comunità,
  • prescrizioni del decreto
  • qual è il mandato che viene consegnato alla comunità dal servizio sociale inviante.

Successivamente si illustra il comportamento tipico che la mamma o il minore o entrambi congiuntamente tengono in comunità.

Infine si espone il punto critico che l’equipe avverte come problematico.

L’esposizione iniziale viene effettuata o dall’operatrice di riferimento della madre o del bambino (nel caso il nodo problematico riguardi l’uno o l’altra), oppure dall’operatrice che si fa portavoce della difficoltà condivisa. Il processo della supervisione, però, non si limita ad una mera esposizione da parte di un elemento del gruppo di lavoro di fronte a “qualcuno che ne sa di più” in attesa di una risposta tout-court sul cosa fare. Infatti tutti i membri dell’equipe sono invitati a partecipare attivamente. Questo per esprimere liberamente il proprio punto di vista al fine di aggiungere maggiori dettagli e conoscenze. Il tutto va a creare una visione del caso più ampia e chiara, utile a tutto il gruppo di lavoro.  

Ciò che è importante sottolineare è il fatto che la supervisione clinica non si configura come un momento in cui si ricerca una soluzione calata dall’alto da seguire alla cieca. Si instaura un processo di riflessione guidata sulle pratiche lavorative e sulle emozioni che vengono riversate all’interno del sistema comunitario legate al caso specifico.

Il professionista supervisore

Alla luce di quanto esposto finora, pare chiaro che la supervisione costituisce un’occasione privilegiata per elaborare e monitorare le scelte cliniche e le dinamiche gruppali. Questo processo è guidato dal professionista supervisore il quale, grazie alla sua esperienza clinica, è in grado di supportare l’equipe nel suo lavoro:

  • regola il flusso comunicativo tra i partecipanti,
  • garantisce per tutti uno spazio in cui esprimersi,
  • richiama l’attenzione dell’equipe sul focus della discussione quando il ragionamento si rende più complesso.

Il valore della supervisione clinica per l’equipe

Noi operatrici di comunità troviamo molto utile e formativo questo spazio di incontro e riflessione. Questo perché abbiamo sempre la percezione di uscire dalla supervisione con le idee più chiare sul caso e sulla linea di intervento da seguire nel lavoro con i nostri ospiti. In alcune occasioni l’équipe sceglie di dedicare questo momento alla condivisione e all’elaborazione di vissuti più personali legati ai casi ospitati in comunità, concentrando il focus sugli aspetti più emotivi del nostro lavoro così da promuovere un’attenta osservazione ed elaborazione dei contenuti affettivi sperimentati nella relazione quotidiana con persone in difficoltà.

Per l’intero gruppo di lavoro lo spazio della supervisione clinica è una preziosa opportunità di contenimento e di rielaborazione dell’esperienza vissuta in comunità a contatto con le ospiti.

La supervisione clinica come momento formativo e stimolante

In primo luogo, esso si configura come momento formativo in cui è possibile trarre insegnamenti, sia nozionistici sia di pratiche di lavoro da adottare. In secondo luogo risulta inestimabile la presenza di una terza figura professionale esterna ai rapporti comunitari. Questo perchè permette di svelare nodi critici sepolti dalle dinamiche gruppali, visibili in maniera evidente solo a un soggetto che è al di fuori dell’équipe stessa.

Il valore aggiunto di questa pratica più apprezzabile è la capacità di stimolare la riflessione e il confronto tra i diversi membri del gruppo di lavoro al fine di trovare una soluzione che in realtà si traduce con uno svelamento di qualcosa che già c’era ma che non si riusciva a vedere. Durante la supervisione, proprio perché guidati da una figura professionale esperta, ci si riconosce in grado di trovare gli strumenti di intervento adeguati.

In conclusione, per cercare di spiegare al meglio cosa significa per l’equipe il lavoro fatto in supervisione clinica, ho deciso di prendere in prestito un’immagine restituita da una collega quando ha cercato di spiegarmi che cosa fosse la supervisione:

“E’ come se tu fossi al buio e qualcuno accompagnasse la tua mano verso l’interruttore per accendere quella lampadina che ti permette di vedere meglio”.