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La violenza assistita e il lavoro in comunità mamma-bambino

Litigio tra madre e padre con figlio presente

Solo recentemente la violenza assistita è stata riconosciuta come forma di maltrattamento, alla luce dell’impatto a breve e lungo termine sulla salute psicofisica e sullo sviluppo dei minori. Tale impatto può essere compensato da adeguate competenze genitoriali materne, mentre può essere aggravato se le cure materne sono inadeguate o messe temporaneamente in difficoltà come conseguenza psicofisica legata alla violenza domestica.

Molte delle donne accolte in comunità insieme ai figli sono vittime di violenza domestica. Nella maggior parte delle situazioni che conosciamo i minori assistono, pur non essendo coinvolti direttamente, a gravi momenti di conflitto anche fisico.

La violenza assistita come pregiudizio per il minore

La protezione del minore in pericolo costituisce un pubblico interesse. Per questo motivo esistono delle leggi volte alla tutela del minore, per la prevenzione del rischio e il supporto alle famiglie.
Si definisce pregiudizio ogni condizione che può sfociare (rischio) o è già sfociata (pregiudizio) in un effettivo danno alla salute psico-fisica del minore.

Per rilevare e valutare la condizione di pregiudizio, è importante attuare un’analisi non solo delle situazioni critiche, ma anche delle risorse presenti. Le risorse messe in atto dalla famiglia possono “bilanciare” la situazione di stress presente, riuscendo a far fronte ad essa. C’è pregiudizio quando i fattori di stress e traumatici superano le risorse. Il pregiudizio è infatti qualcosa di relativo nella sua definizione: può essere difficile definire la soglia, ad esempio, in cui la conflittualità tra i genitori diventa pregiudizio.
Tre sono le principali variabili:

  1. intensità dell’evento,
  2. durata,
  3. coincidenza dell’evento particolare con alcune fasi di sviluppo (es. adolescenza, …).

Le “esperienze sfavorevoli infantili” sono tutte le situazioni che possono creare un danno psico-fisico al minore. Alcune di queste esperienze sfavorevoli agiscono in maniera indiretta, rendendo il contesto familiare inadeguato per lo sviluppo del bambino (es. malattia psichiatrica, alcolismo o tossicodipendenza di un genitore). Altre agiscono in forma diretta (maltrattamento fisico o psicologico sul minore, abuso sessuale, trascuratezza o stato di abbandono). La violenza assistita fa parte delle esperienze sfavorevoli che agiscono in maniera indiretta.

Il lavoro con le madri ospiti de La Bussola

Per avere maggiori informazioni leggi anche la pagina dedicata alla Comunità La Bussola

Ogni equipe che si trovi ad operare con queste situazioni deve saper agire sulla base di buone prassi a sostegno e promozione del benessere di donne e dei minori vittime di violenza e di violenza assistita. È di primaria importanza, quindi, intervenire attraverso tre fasi:

  • Nella prima, è indispensabile “mettere in sicurezza” la diade e creare un clima di fiducia per favorire uno spazio mentale di rielaborazione.
  • La seconda fase ha l’obiettivo di portare la madre ad “avere in mente” il figlio, in un’ottica di individuazione dei suoi specifici bisogni emotivi e affettivi che possono essere diversi dai propri.
  • L’ultima fase, la più difficile ma anche più importante, è quella di acquisire uno spazio di consapevolezza su quanto la violenza assistita possa danneggiare i figli e su quali siano invece i fattori protettivi.

I laboratori organizzati

Questa primavera abbiamo proposto al nostro gruppo mamme una serie di incontri di laboratorio per affrontare insieme il tema della violenza assistita. Gli obiettivi conseguiti non erano relativi soltanto alla consapevolezza degli accadimenti passati, ma anche alla prevenzione di eventuali “ricadute” future con partner noti o nuovi. Inoltre, il laboratorio ha avuto la finalità di riflettere sui momenti di conflittualità che a volte si scatenano in comunità tra le ospiti, anche per futili motivi. Le ospiti hanno partecipato con interesse, proponendo di condividere con il gruppo di lavoro temi che riguardavano non solo gli eventi ma soprattutto i loro vissuti emotivi.

Il lavoro di gruppo ha previsto tre laboratori della durata di un’ora e mezza ciascuno. Gli incontri sono stati condotti dalla coordinatrice affiancata da un’operatrice sempre diversa. Abbiamo posto alle ospiti alcune domande chiedendo loro di scrivere sui cartelloni i contenuti emersi, in modo da lasciare traccia e da riprendere negli incontri successivi.

Il primo laboratorio – area emotiva e comportamentale

Si è toccata prevalentemente l’area emotiva e quella comportamentale. Ci siamo chieste, in ottica co-costruttiva: cosa provano i bimbi quando i grandi litigano? Le emozioni individuate dal gruppo sono state: paura e spavento, tristezza, rabbia, delusione, impotenza, insicurezza, confusione, esclusione, agitazione. La seconda tematica del primo incontro era relativa ai comportamenti messi in atto dai bambini durate o in seguito a episodi di violenza assistita. Il gruppo ha descritto bambini che urlano, si nascondono o si allontanano, piangono, cercano aiuto (se possono), rompono qualcosa o si fanno male, cercano di fermare il litigio e di proteggere la mamma, fanno finta di niente.

Schema scritto del primo laboratorio sulla violenza assistita
Schema scritto del primo laboratorio: cosa prova un bambino quando i grandi litigano? Cosa fanno i bambini quando i grandi litigano?

Il secondo laboratorio – area cognitiva

Abbiamo approfondito l’area cognitiva, chiedendoci: quali potrebbero essere i pensieri dei bimbi che assistono a episodi di conflittualità intensa tra adulti di riferimento? Le mamme hanno riferito che i pensieri dei bambini potrebbero essere: Cosa posso fare? E’ colpa mia? Di chi è la colpa? Quando finirà? Cosa è successo? Cosa succederà dopo?

Schema scritto del secondo laboratorio sulla violenza assistita
Schema scritto del secondo laboratorio: cosa pensano i bambini quando i grandi litigano?

Il terzo laboratorio – riflessioni

Insieme al gruppo delle mamme si è riflettuto su: Quali protezioni si possono attuare? Cosa possono fare gli adulti coinvolti nella situazione conflittuale? Le strategie da mettere in atto suggerite dalle mamme sono state:

  • evitare il litigio,
  • allontanarsi quando si sente che arriva la rabbia,
  • prendere il bambino e andare in un’altra stanza o fuori casa (al parco, al bar…),
  • trovare un altro momento per chiarire le cose.

E dopo il litigio? Consolare il bambino, rassicurarlo e fargli le coccole, spiegare al bambino come ci si è sentiti e accogliere le sue emozioni, scusarsi con il bambino, impegnarsi a dire al bambino che non succederà più ma non promettere cose che non si possono mantenere, non dire bugie, chiedere aiuto.

Schema scritto del terzo laboratorio sulla violenza assistita
Schema scritto del terzo laboratorio: cosa possono fare gli adulti? E dopo il litigio? Come chiedere aiuto?

La cura della violenza assistita

La riflessione che ha fatto da guida durante questo lavoro è che per poter aiutare un bambino vittima di violenza assistita bisogna aiutare la mamma che è stata vittima di violenza diretta, creando uno spazio di ascolto e di accoglienza. Questo perché laddove c’è un bambino che subisce violenza assistita c’è una donna che subisce la violenza diretta.

Dare alle donne, ospiti della comunità, uno spazio di riflessione dove si possano sentire protagoniste in un’ottica di empowerment è uno degli interventi fatti con l’obiettivo di aumentare sempre più la consapevolezza sui vissuti propri e quelli dei bambini, sui fattori di rischio ma anche sulle risorse di cui sono portatrici che possono agire nelle complesse dinamiche relazionali.

A questo, si aggiunge l’obiettivo di aumentare la sintonizzazione empatica dell’adulto di riferimento, così come la capacità di mentalizzazione, cioè la capacità di rappresentarsi i vissuti, i contenuti mentali del bambino.  Essere un genitore in grado di “avere nella mente” il bambino con il suo disagio, la sofferenza e la preoccupazione quando esposto a episodi di violenza rappresenta una condizione di primaria importanza nel far emergere quei comportamenti rappresentativi di un attaccamento sicuro che le mamme, intuitivamente, hanno identificato nel: “abbracciare, rassicurare, consolare, spiegare”.

Patrizia Gilardi e Silvia Dobre

Immagine di copertina: user18526052 da Freepick