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Superare le conseguenze della violenza sulle donne

violenza sulle donne come superarla

Ho già raccontato, in un precedente articolo l’obiettivo nei nostri Centri: che le ospiti vittime di violenza, recuperino il loro ruolo di donne e madri. In occasione della Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne riprendo l’argomento a partire da un caso vero.

Dalla violenza all’indipendenza

D. è una ragazza di 21 anni, inserita in comunità con il figlio E. di un anno.
Quando arriva da noi è molto provata e si sente profondamente in colpa. Nonostante fosse vittima di violenza e abusi da parte del compagno e padre del piccolo, vive l’essere stata mandata in comunità come una “punizione”. A farne richiesta era stato il Tribunale per i Minorenni, ma la segnalazione arrivava proprio dai suoi genitori. Avevano dovuto rivolgersi ai carabinieri perché il padre del bambino impediva loro di vedere lei e il nipotino.

Le caratteristiche della violenza domestica

D. conferma ai carabinieri che il compagno la teneva reclusa con il neonato e una volta in comunità racconta alle operatrici di un rapporto di coppia altamente conflittuale caratterizzato da sudditanza psicologica. La ragazza non poteva uscire se non sotto il controllo del compagno che le impediva anche di incontrare i genitori. Subiva condotte violente e minatorie da parte di lui che diventavano ancora più gravi quando abusava di alcool e che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine.

D. durante gli incontri con l’assistente sociale, è riuscita a raccontare la sua storia e ha chiesto aiuto per separarsi da quest’uomo, tutelare il piccolo e riprendere in mano la propria vita. Il servizio sociale ha segnalato la situazione al Tribunale per i Minorenni che ha deciso un inserimento in comunità, lontana dal territorio di residenza e con indirizzo secretato.

La comunità per la rinascita

Nonostante le premesse difficili D. è riuscita in breve tempo ad adattarsi alla vita e alle regole della struttura. Ha accettato e affrontato il percorso comunitario positivamente e in modo costruttivo, ottenendone una base solida per la sua crescita personale sia come donna che come madre, tanto da dire che guardandosi indietro faticava a riconoscersi.

In comunità D. ha imparato a valorizzarsi come donna prendendosi maggiore cura del proprio aspetto. Ha cambiato colore di capelli, ha iniziato a truccarsi anche chiedendo aiuto alle altre ospiti e ha intrapreso una dieta che le ha permesso di perdere peso incrementando così la propria autostima.

La conquista dell’indipendenza

La storia di D. però è prima di tutto una storia di successo. Il successo con cui ha raggiunto ogni obiettivo previsto dal progetto fatto con lei in tema di indipendenza anche grazie agli interventi di supporto da parte dell’èquipe.

Ecco un esempio: all’inizio del percorso era accompagnata negli spostamenti in macchina dalle operatrici sia per ragioni di sicurezza, ma anche perché era disorientata, reduce com’era, dal periodo in cui era costretta in casa.

In breve ha trovato non solo il coraggio di prendere i mezzi – prima con le operatrici e poi da sola – ma anche di muoversi in treno con il bimbo per raggiungere i nonni, residenti in altra provincia.

Dopo aver inanellato questa serie di soddisfazioni, ha anche deciso di riparare a proprie spese la sua vecchia macchina e di rimettersi in gioco con la guida, cosa che non faceva da 4 anni.

La valorizzazione di sè attraverso il lavoro

Abbiamo sostenuto D. anche nella ricerca del lavoro, scrivendo insieme il CV e suggerendole di rivolgersi allo sportello Informagiovani. Viste le sue doti nell’ambito della pasticceria e del cake design ha cercato lavoro in quel campo. L’intuizione si è rivelata giusta perchè un ristorante di Lecco l’ha finalmente assunta.

In questo modo ha potuto valorizzare se stessa grazie alle sue competenze e le sue passioni. Il lavoro le ha garantito: sia una crescente stabilità economica che la possibilità di cercare una casa per sé e il figlio mantenendo entrambi.

La chiusura definitiva con l’ex compagno

D. ha chiuso definitivamente con il compagno. Ha chiarito la sua posizione comunicandogli di non amarlo più e di aver subito maltrattamenti e pressioni psicologiche. Essendo però una madre responsabile ha riconosciuto la necessità di mantenere in futuro un rapporto civile per il bene del bimbo.

Da allora D. non ha mai mostrato ripensamenti o cedimenti rispetto alla sua decisione. Il percorso di sostegno psicologico  ricevuto dal Telefono Donna di Lecco – partner delle nostre cooperative – è stato decisivo in questo. Vivere a lungo in un clima di violenza porta gravi conseguenze. Ci si abitua a certe dinamiche e per uscirne potrebbe esserci bisogno di affidarsi a dei professionisti.

L’apertura verso gli altri

Fin dai primi giorni in comunità avevamo visto una mancanza di assertività in D. e una difficoltà a comunicare con le figure autorevoli. In particolare quelle istituzionali come: il pediatra, i servizi sociali, l’avvocato, chiedendo spesso alle operatrici di intercedere al suo posto.

Grazie al supporto e all’incoraggiamento delle educatrici la ragazza è riuscita a fare a meno di queste intercessioni, diventando anche in questo, totalmente indipendente.

Il rapporto madre-figlio

Uno dei nostri obiettivi primari è stato quello di favorire un sano distacco fra madre e il figlio. Era chiaro che il legame fra D. e E. era molto forte. Erano dipendenti al punto che D. faticava sia a lasciare E. libero di esplorare gli ambienti comunitari (seguendolo in ogni suo spostamento) sia a farlo dormire nel suo lettino, seppur nella stessa stanza.

D. provava ansia nel momento della separazione da E., lasciandolo al nido. Anche quando doveva lavorare, non riusciva a lasciare che a curarsi del piccolo fossero le operatrici. Al contempo però il suo atteggiamento era troppo permissivo. I nostri interventi di équipe hanno permesso un alleggerimento di queste dinamiche e facilitato un sano distacco tra madre e figlio.

Quando si sperimenta la maternità in un clima così teso, è possibile che questo accada ma l’intervento delle educatrici e le ottime capacità di adattamento del piccolo (che hanno sempre destato sorpresa e stupore nella madre) hanno favorito il superamento anche di questo scoglio.

Nel corso dei mesi D. è riuscita ad assecondare meno E. riprendendolo con più fermezza e autorevolezza dove necessario. Ad esempio, quando il bambino aveva degli agiti aggressivi nei confronti degli altri bambini.

La riuscita

La violenza è dolorosa, difficile, sconcertante. La violenza disorienta, non si sa più a cosa si debba l’amore e a cosa il disprezzo. Si sperimenta l’annullamento costante da parte dell’altro. Crescere un figlio in questo contesto è quanto di più difficile si possa immaginare, le responsabilità verso il figlio vengono offuscate.

La madre si trova in una situazione impossibile: il suo bisogno di una briciola d’affetto sincero la fanno spesso cadere nella trappola di un rapporto simbiotico verso un bambino in cui cercherà e troverà amore più di quanto non trova nel compagno. Il bambino è vittima della cosiddetta violenza assistita, da cui non può che rimanere traumatizzato con conseguenze sicuramente nefaste.

Solo un ambiente sano può permettere il riscatto per la donna e il recupero per il bambino. Un ambiente, che per quanto non possa essere paragonato ad una famiglia, permette della relazioni calde e normali, dove una persona per quanto ferita e maltrattata, possa trovare accoglienza, ascolto, rispetto e valorizzazione, ma anche guida verso nuove risposte, per un recupero delle sue capacità e delle sue competenze.

Sostenere, rafforzare, rilanciare, favorire il successo: questo è il compito delle nostre comunità.

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