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Ragazze in comunità: imparare a gestire il tempo non strutturato

Ragazze in comunità gestire tempo

Durante gli incontri di rete con i servizi sociali e i genitori devo spesso spiegare che uno dei punti principali di ogni progetto individuale delle nostre ragazze è proprio la gestione del tempo. È importante comprendere che per un adolescente la gestione del tempo non strutturato è estremamente difficile.

Volendo essere ancora più schietta mi vedo costretta a utilizzare un aggettivo che può fare paura, perché il tempo non strutturato per un adolescente non è solo difficile da gestire, ma è angosciante. È proprio nei momenti liberi che, in comunità, si verificano più frequentemente le attivazioni emotive e i momenti di grande sconforto.

Noia e routine i punti deboli da conoscere

In ogni situazione di disagio, di difficoltà la dimensione del tempo viene alterata, più o meno profondamente, al livello del vissuto della singola persona. Questa regola non fa eccezione per le ragazze il cui luogo di crescita non è la famiglia ma la comunità.

Un buon modo di vivere il tempo ci vede più delle volte protagonisti mentre solo raramente siamo annoiati o succubi di una routine. Se ciò avviene ci sarà qualcosa di nuovo, qualcosa a cui diamo inizio, che svolgiamo con impegno, tenacia, con l’aiuto di altre persone e che in fine si conclude. Ogni, anche piccola conclusione, è un successo.

Ecco il tempo: inizio, sviluppo, conclusione con successo, nuovo inizio. Ma quando viviamo una situazione di disagio tutto questo diventa aleatorio: iniziare, sviluppare e concludere diventa tanto difficile da sembrare impossibile. I piccoli successi diventano rari, così la vita diventa un deserto dove vivere fa rima con soffrire.

La paura di non farcela

Per una ragazza che vive in comunità strutturare il tempo come appena descritto può sembrare impossibile. Qualcosa di enorme, troppo grande per essere affrontato. Il tempo smette di essere un alleato, una risorsa a propria disposizione, appare invece come una minaccia da cui scappare. Diventa un pericolo dal quale trovare scampo rifugiandosi dove capita magari nel letto, in una sostanza o nel sesso promiscuo.

Quando la paura prende il sopravvento la tentazione di gettare la spugna e arrendersi diventa fortissima. La porta alla noia è stata aperta, il suo trionfo nelle ore e nelle giornate che trascorrono senza veri progetti e vere aspettative è già allestito.

Una soluzione? Creare delle alternative

Le ragazze faticano a stare nella noia, a organizzare in autonomia il proprio tempo. Ecco perché una parte importante del lavoro di comunità è incentrato proprio nel creare momenti significanti a livello esperienziale che costituiscano valide fonti di interesse.

Generare interesse è l’unico modo per generare il tempo. L’unico tempo gestibile e programmabile è quello che stato generato da un interesse personale. Uno dei compiti più importati del lavoro educativo e psicologico in comunità è portare le ragazze a costruire il loro tempo attraverso una formazione identitaria data sì, dagli stimoli esterni ma che richiedono un secondo momento di elaborazione lasciato a ciascuna di loro.

Bisogna generare interesse con esperienze fuori dal comune

L’aperitivo e il percorso presso “Dialogo nel Buio”, patrocinato dall’Istituto dei Ciechi di Milano sono stati tra i momenti più significativi organizzati per le ragazze. Hanno potuto vivere un’esperienza sensoriale completamente al buio con una guida non-vedente. Questa persona si è poi fermata con noi durante l’aperitivo e ha risposto a tutti i nostri interrogativi.

Questa esperienza ha creato un forte interesse nelle ragazze, che hanno proposto a cascata una serie di esperienze simili per poter conoscere realtà e modi di vivere diversi dal loro. Il risultato? Un’esperienza di volontariato in un laboratorio di arte con persone diversamente abili.

In conclusione

Il filosofo Agostino diceva che il tempo è una “distensione dell’anima”: della memoria verso il passato e dell’attesa verso il futuro.

Ripensando alle ragazze possiamo dire che il nostro intento come operatrici è quello di aiutarle a costruire un futuro che non faccia più paura. Un futuro che non sia un tempo solo subito, come è tante volte accaduto quando sono state fatte oggetto di incuria o violenza, ma un tempo che prende vita nel rapporto con noi.

Un tempo co-costruito e co-progettato verso un futuro pensato e atteso come una seconda chance. La nostra cooperativa si chiama La clessidra. Il suo logo raffigura l’antico strumento per la misurazione del tempo fatto appunto di due parti. La particolarità di questo oggetto è l’inerzia. Da solo non si muove.

Per avere un secondo tempo serve sempre la presenza del protagonista del tempo che si prenda la briga di generare il tempo girando la clessidra.

articolo di Nicole Bolla e Luigi Campagner

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