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Nei nostri centri sosteniamo le donne con la ‘giusta vicinanza’

nei nostri centri sosteniamo le donne con la giusta vicinanza

Nel mio lavoro come operatrice della comunità la Bussola incontro tante esperienze di maternità. Una delle cose che ci caratterizza è che nei nostri centri sosteniamo le donne con la ‘giusta vicinanza’. Vi spiego meglio questo concetto tramite il racconto di una di queste esperienze.

Superare lo shock di un errore burocratico

F. era arrivata in comunità con il freddo di gennaio e un neonato tra le braccia. Il motivo era una segnalazione di presunta inadeguatezza genitoriale, rivelatasi successivamente erronea. Uno di quegli errori burocratici che possono avere esiti negativi, complicando la vita della donna anziché esserle d’aiuto.

Noi eravamo pronte ad accoglierli: la stanza pulita, il letto rifatto e il posto riservato a tavola ma qualcosa fin dall’inizio non quadrava. F. era evidentemente tesa, spaesata. Si è subito contraddistinta per la sua cortesia e gentilezza ma anche per la schiettezza con cui ha espresso il suo disappunto per quello strano – e per lei davvero incomprensibile – collocamento in comunità.

La decisione era stata presa dal Tribunale per i Minorenni per via di una valutazione del reparto di ostetricia in cui F. aveva appena partorito. Qualcosa aveva destato il sospetto nei medici che la signora non fosse in grado di prestare al nascituro le cure e l’accudimento necessari, a causa di una presunta (e mai diagnosticata) patologia psichica.  

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Da un momento all’altro era stata catapultata in una situazione kafkiana e noi con lei. In pochi giorni di comunità ci siamo accorte che i sospetti nei suoi confronti non potevano essere fondati. I suoi modi garbati, l’attenzione al neonato, il modo di relazionarsi a lui, hanno alimentato la nostra fiducia in questa donna, che se ne è velocemente accorta ricambiandoci con la stessa stima.

Grazie all’ascolto, la paura lascia spazio alla collaborazione

Si è instaurato un rapporto di collaborazione e il clima si fatto più disteso. Siamo diventate il suo punto di riferimento per ogni necessità pratica ma anche per manifestare il proprio stato d’animo. Era confusa e spaventata a causa dal precipitare degli eventi che l’avevano portata in comunità e profondamente contrariata dalla segnalazione da parte dell’Ospedale, istituzione dalla quale si è sentita tradita.

F. è riuscita a condividere la sua vita passata, aprendo la relazione verso una dimensione più emotiva ed intima. Senza vergogna ha confidato la fatica di essere lontana dagli affetti, dalla casa e dalle proprie abitudini. La confidenza nei confronti della comunità è cresciuta culminando nella sua partecipazione ai pasti comuni – che prima evitava – e infine gratificandoci con le sue abilità di cuoca.

Nonostante lo sconforto, F. non si è mai arresa. Si è sempre mostrata desiderosa di fugare ogni dubbio a suo carico volendo dimostrare (nei fatti) di essere in grado di occuparsi di suo figlio, senza perdersi in un atteggiamento oppositivo di sterile protesta. In questo F. è stata aiuta anche da rapporti esterni alla comunità. Il suo legale l’ha assistita nel migliore dei modi e il suo compagno che l’ha sempre sostenuta. L’impegno e la serietà di F. hanno offerto alla comunità un solido punto su cui far leva nei confronti delle istituzioni preposte al suo caso cioè i servizi sociali e il Tribunale per i minorenni.

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Abbiamo moltiplicato i nostri sforzi e un breve lasso di tempo abbiamo attestato le “competenze genitoriali” di F. in numerose relazioni. Non c’è voluto molto che anche il Tribunale si accorgesse dell’errore e decretasse le “dimissioni immediate” di F. dalla comunità.

La nostra originalità sta nel saperci avvicinare

“Se vuoi andare veloce, vai da solo. Se vuoi andare lontano, vai in compagnia” (Proverbio africano)

Nell’intervento a sostegno del ruolo materno io e le mie colleghe ci giochiamo ogni giorno in una relazione d’aiuto che – detto per inciso – comporta sempre un investimento personale. Questo perché in tutte le professioni d’aiuto, gli aspetti professionali e personali hanno molti punti di sovrapposizione.

Ciò di cui dobbiamo curarci costantemente è che la relazione con la madre accolta dalla comunità sia “sufficientemente buona”.  Per questo ogni volta che entriamo in comunità richiamiamo alla nostra mente i due capisaldi di ogni relazione curata: fiducia e rispetto reciproco.

Il fil rouge che lega le storie delle nostre ospiti – come le chiamiamo con simpatia e rispetto – è spesso una condizione di disagio, di sofferenza e anche di violenza. Subita in modo diretto oppure assistita, come ora si usa dire per indicare il brutto spettacolo della violenza domestica.

Ogni donna e madre è accolta nella nostra comunità con interesse e curiosità per lei stessa, i suoi figli, la sua storia, le sue paure, le sue fragilità e le sue aspettative. Per riuscire in questo dobbiamo allenarci continuamente a tenere la “giusta vicinanza”.

In questa frase originale noi operatrici della Bussola abbiamo condensato un lungo lavoro di rielaborazione dei criteri base della professione educativa. Durante la formazione siamo infatti invitati a mantenere le ‘dovute distanze’, a non personalizzare eccessivamente le relazioni professionali o, per usare un’altra espressione, a non intimizzare.

Presso la Bussola ci piace invece mettere l’accento sulla vicinanza perché privilegiare l’empatia invece di un atteggiamento sterilizzato da ogni emozione e sentimento è stata la nostra carta vincente in tante situazioni.

Conclusioni

Accoglienza e supporto, fiducia e ascolto hanno permesso a F. di compiere questo percorso affrontando difficoltà emotive e pratiche, consentendo a lei e al suo bambino di rientrare in tempi rapidi nella loro casa.  F. ci invia regolarmente delle foto sue e del bambino, i loro sorrisi ci ripagano di molti sforzi e sono un caloroso incentivo a proseguire nel nostro lavoro.

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