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Un nuovo approccio al disturbo borderline in comunità: il progetto sperimentale “Alda Merini”

Nell’ambito dei Servizi Sanitari per la cura e la prevenzione della salute mentale e, analogamente, nell’ambito dei Servizi Sociali, si osserva un progressivo aumento di adolescenti e giovani adulti con problemi di autolesionismo, uso/abuso di sostanze, disturbi alimentari, aggressività eterodiretta, senso di vuoto e depressione, isolamento relazionale/sociale o mancanza di un senso di sé strutturato. Tuttavia, alla domanda di aiuto, supporto e sostegno di questi giovani l’organizzazione attuale dei Servizi fatica a dare una risposta efficace e tempestiva.

La sintomatologia e le problematiche appena descritte sono spesso etichettate come disturbo borderline di personalità (DBP). Un disturbo che genera un bisogno talmente complesso da mettere a dura prova i setting dei Servizi esistenti.

Molto spesso i soggetti diagnosticati non trovano riposta al proprio bisogno neppure dopo numerosi accessi al pronto soccorso, nei di reparti di psichiatria o nei servizi specialistici territoriali. Anche le comunità, sia terapeutiche sia educative, sono poco preparate per accogliere e offrire percorsi riabilitativi efficaci per il disturbo borderline di personalità.

Il punto interrogativo della presa in carico

Ci troviamo all’interno di un collo di bottiglia perché non esiste, da parte dei Servizi Sanitari e Sociali, una risposta strutturata al bisogno appena citato. Mi spiego meglio: per presentare il primo tablet della storia, Steve Jobs usò un’immagine significativa, un cellulare da un lato e un computer dall’altro e uno spazio al centro con un grosso punto interrogativo. Nel nostro caso quel punto interrogativo è tra chi ha ricevuto diagnosi di disturbo borderline e chi dovrebbe rappresentare la sua rete di supporto.  

La consapevolezza di tale situazione ha mosso i responsabili della Cooperativa Il Sentiero alla ricerca di una strada innovativa progettando un servizio sociosanitario integrato. Una forma di residenzialità che sapesse collocarsi come intermedia alla comunità terapeutica e la comunità educativa.

Partner in questo lungo percorso sono: la Cooperativa La Clessidra, il comune di Castellanza, l’ATS Insubria, alcune associazioni e singoli professionisti che sono stati coinvolti negli anni. L’alveo normativo del progetto sperimentale è rappresentato in Lombardia dalla legge regionale 23|2015 dedicata alla riforma del sistema sociosanitario.

Le attuali possibilità di accoglienza e cura

Le “comunità residenziali” rappresentano una possibilità concreta di accoglienza, cura e riabilitazione sociale per una persona che rientri nella casistica sopra decritta. In altre parole il nostro iPad. Nel territorio italiano queste si distinguono in “comunità educative” e “comunità terapeutiche”.

Le comunità educative

Sono quelle strutture in cui viene proposta una riabilitazione che ha come obiettivo il reinserimento nella società. In ambito scolastico, formativo o lavorativo. attraverso strumenti quali il sostegno e l’accompagnamento educativo. Chi accede a tali presidi, sono spesso persone con svantaggi sociali (famiglie non tutelanti o problematiche, assenti o incapaci di sopperire ai bisogni evolutivi dei propri figli). La comunità educativa non prevede l’accoglienza di giovani con diagnosi relative a psicopatologie definite.

Il bisogno di un sostegno psicologico e/o psichiatrico consistente e costante non è considerato dalla loro organizzazione; tanto che all’interno di queste comunità non sono presenti figure mediche e infermieristiche. La figura dello psicologo, anche quando presente, non ha tempo sufficiente a garantire una risposta costante al bisogno, così intenso, del soggetto “borderline”.  In questo ambito il soggetto accolto e accompagnato viene considerato come colui che ha bisogno di rinforzare risorse e punti di forza già presenti.

Le figure professionali coinvolte sono prevalentemente educatori che si propongono come facilitatori e motivatori di un percorso verso l’autonomia, basando il lavoro svolto su obiettivi di reinserimento sociale tout-court.

Le comunità terapeutiche

Qui viene proposta una riabilitazione intensiva che ha come obiettivi la cura di un disturbo psichiatrico esplicitamente diagnosticato.  Le persone che vi accedono versano in una condizione di gravità che comporta un alto rischio di vita per sé o per gli altri. Le giornate di questi pazienti trascorrono soprattutto all’interno della comunità stessa.

Le figure professionali maggiormente coinvolte sono medici, infermieri e operatori sociosanitari. Sebbene compaiano per minor tempo, sono presenti anche le figure di educatore professionale e psicologo. Il trattamento degli ospiti è principalmente orientato verso la cura di un malessere e/o di un sintomo, senza risolvere il quale ogni strada possibile per il reinserimento nella società sarebbe precluso.

I limiti dell’attuale modello di intervento

Tornando alla descrizione del soggetto borderline che debba essere inserito all’interno di una di queste due tipologie di comunità residenziale, ci si accorge di alcuni limiti presenti in entrambi i presidi.

La comunità educativa, sebbene molto utile per rafforzare l’identità di ciascun soggetto attraverso esperienze nuove e guidate di vita, risulta deficitaria rispetto ad un ausilio psichiatrico e psicologico, fondamentale per chi soffre di un disturbo di personalità.

La comunità terapeutica, sebbene offra un importante sostegno dal punto di vista “psicologico-psichiatrico”, ha un deficit negli aspetti di spinta verso esperienze di vita che permettano al soggetto di sentirsi “normale” e capace di stare nel mondo. Il soggetto in tali comunità incorre nel rischio di essere patologizzato, ovvero che si crei un’identità da malato cronico con un costante bisogno di assistenza.

L’idea e l’attuazione della “comunità integrata” nascono dalla consapevolezza dei limiti intrinsechi alle due tipologie di comunità esistenti e consolidate. La principale caratteristica è la presenza di figure specialistiche differenziate. Un medico psichiatra monitora gli aspetti farmacologici delle ospiti ma la sua presenza è cinque volte inferiore a quella di una comunità terapeutica che ospitasse la medesima tipologia di pazienti. Gli infermieri non sono presenti, mentre l’azione degli psicologi è molto più intensa ed efficace.

La proposta innovativa della comunità Alda Merini

Nel progetto sperimentale “Alda Merini”, gli psicologi si occupano dei percorsi di psicoterapia con un setting sia gruppale che individuale specifico e validato scientificamente per il disturbo borderline di personalità. La comunità integrata prevede anche un’importante presenza di educatori che sia all’interno della comunità sia all’esterno. Il loro aiuto serve a ogni ospite per prendere consapevolezza delle proprie risorse e esprimere le proprie potenzialità, attraverso esperienze personalizzate e guidate.

All’interno della comunità vengono svolti dei “laboratori” in gruppo: attività a carattere espressivo, culturale e di autonomia personale. Allo stesso tempo gli educatori si occupano di accompagnare e monitorare le ospiti nelle attività esterne volte all’autonomia e al reinserimento progressivo nella società.

Mediamente ogni ospite partecipa a quattro gruppi clinici e a sette laboratori settimanali. Sono anche coinvolti nella gestione quotidiana della struttura, imparando così a svolgere tutte le mansioni necessarie per tenere ordinato e gradevole un ambiente di vita.

La sinergia tra approccio terapeutico e riabilitativo-educativo si riflettono nella sinergia e collaborazione costanti tra le figure del tutor, psicologo, e dell’ODR, operatore/educatore, di riferimento. È a loro infatti che il progetto riabilitativo viene affidato, nel contesto del lavoro d’équipe. Con entrambe queste figure l’ospite svolge un colloquio settimanale: lavorando sugli aspetti psicologici con il primo e sugli aspetti educativi/organizzativi di vita con il secondo.

Come emerge da questa pur sommaria descrizione l’organizzazione della “comunità integrata” risulta altamente strutturata e ciò sembra essere particolarmente efficace con soggetti che faticano a “stare nel vuoto” e ad auto-organizzarsi. Come ogni progetto sperimentale anche Alda Merini deve percorrere un iter di “stabilizzazione”. La nostra ambizione è quella di essere riconosciti istituzionalmente come nuova unità d’offerta della rete dei servizi sociosanitaria di Regione Lombardia. Un cammino che abbiamo già fatto in parte, e che siamo impegnati a concludere nel prossimo futuro.

6 pensieri su “Un nuovo approccio al disturbo borderline in comunità: il progetto sperimentale “Alda Merini”

  1. È veramente importante quello che fate, grazie. Volevo chiedere se siete a conoscenza di comunità analoghe per i maschi. Grazie ancora.

    1. Ciao Maria,

      grazie dell’apprezzamento. Al momento questo approccio è un nostro unicum e stiamo anche noi sperimentando, purtroppo non siamo a conoscenza di altre realtà che stiano facendo lo stesso. Mi dispiace. 😓

  2. Ottima presentazione della Comunità ma onestamente 172 EUR al giorno e’ impensabile. Come trovare i soldi? Impossibile. Non sarete in un prossimo futuro convenzionati con Regione Lombardia? Diversamente non c’è speranza-

    1. Ciao Augusta,

      la retta è di €140, possono concorrere il comune di residenza e l’ats. Detto questo la cosa migliore è scrivere al responsabile, il dott. Arrigone, per approfondire il singolo caso.

      Buona giornata!

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