Centri SnodiLa nostra storiaProgetto Sperimentale MeriniVita di comunità

Vivere la comunità

La mia esperienza come operatrice all’interno della Comunità integrata “Alda Merini, che ospita ragazze adolescenti e giovani adulte con diagnosi di Disturbo Borderline di personalità, è iniziata recentemente. Non si tratta per me della prima esperienza all’interno di una comunità residenziale; ho lavorato per più di un anno in una struttura riabilitativa per alcol e poli-dipendenti, e da questa esperienza mi sono portata a casa tanto.

Penso che esercitare la propria professione in un ambiente residenziale sia tanto stimolante e arricchente, quanto, a volte, frustrante e faticoso.

Stimolante e arricchente perché è una vera e propria palestra di vita. E’ un setting che ti permette di entrare in una relazione “intima” e profonda con le ospiti, di osservare sul campo le loro modalità di interazione e di reagire agli eventi, di aiutarle a creare e coltivare rapporti funzionali in un ambiente sano e protetto.

Frustrante perché ti puoi ritrovare impotente e non in grado di gestire alcuni momenti di crisi o di difficoltà.

Faticoso perché è un lavoro che ti assorbe completamente a livello di energie fisiche e mentali, di turni e orari. Lavorando le notti e i week end bisogna conciliare il tutto con eventuali altri incarichi, tirocinio, lezioni della scuola di specializzazione, vita personale.

L’importanza delle relazioni interpersonali

Desidero iniziare questo articolo con una riflessione:

una delle cose che più amo di questo lavoro con persone affette da diagnosi di disturbo Borderline di personalità è che tutto si gioca sulla relazione. Come sappiamo dalla teoria, uno degli aspetti peculiari di questo disturbo risiede nell’instabilità nelle relazioni interpersonali. Quindi nella tendenza che gli è propria di evitare la sensazione di essere rifiutate e abbandonate. Per questa ragione possono mettere in atto comportamenti dipendenti e idealizzanti (che possono risultare poi anche controllanti e paranoici). Lo scopo è quello di tenere l’altra persona vicina a sé, e reagire invece con rabbia intensa e dirompente nel momento in cui percepiscono un eventuale o reale abbandono. Così svalutano e criticano l’altro proiettando all’esterno quello che loro sentono e provano. Queste modalità di relazionarsi vengono messe in atto, ovviamente, anche nella relazione con noi operatrici, che siamo chiamate a fare un doppio lavoro:

in primo luogo su noi stesse e in seguito sulle pazienti.

Il lavoro su noi stesse e sulle ospiti

Il lavoro su di noi consiste nel:

  • identificare queste modalità disfunzionali,
  • riconoscere le emozioni e i pensieri che suscitano in noi,
  • validarli e accettarli per poi gestirne l’intensità.

Questa parte di lavoro è, a mio parere, di fondamentale importanza. Ci permette di non lasciarci invadere e travolgere dall’emozione che ci porta la paziente, dandoci poi la possibilità di intervenire in modo efficace nella seconda parte del lavoro, quello con loro. Il nostro ruolo nella quotidianità è di grande rilevanza. Offriamo loro quel contenimento emotivo che permette di dare un significato a quello che stanno provando nel “qui ed ora”; la possibilità di apprendere modalità più funzionali di entrare in relazione e la possibilità di aumentare, di conseguenza, la loro “finestra di tolleranza”, aiutandole a sperimentare quindi strategie nuove per autoregolarsi e modulare la forte attivazione emotiva che provano.

Come afferma la psicologa, professoressa e autrice statunitense Marsha Linhean, infatti, “le relazioni interpersonali efficaci dipendono sia da un senso di sé stabile che dalla capacità di essere spontanei nell’esprimere le proprie emozioni”. Questo è quello che ci proponiamo di perseguire nel lavoro di tutti i giorni con le nostre ospiti.

Il supporto

All’interno della comunità il compito cui noi operatrici siamo chiamate a rispondere è quello di supportare le ospiti nell’apprendimento delle autonomie personali, nella gestione della casa, nella risoluzione di problemi anche pratici, nell’accompagnarle e monitorarle in attività esterne volte al reinserimento progressivo nella società. Alcune di noi conducono dei laboratori a carattere espressivo e culturale, i quali vengono condotti cinque volte alla settimana e sono stati accuratamente pensati e progettati per perseguire precisi obiettivi riabilitativi.

La gestione delle crisi

Oltre alla fatica del costante ingaggio sul piano relazionale, lavoro che può portare gratificazioni come fallimenti, la grande difficoltà risiede nella gestione delle crisi che questa tipologia di persone sperimentano. Le crisi si generano dall’intensa disregolazione emotiva che le contraddistingue (sono infatti persone che presentano una vulnerabilità alle emozioni molto più accentuata rispetto alla soglia di normalità ed una incapacità a modulare le risposte emotive).

Queste ragazze sperimentano una tendenza a sperimentare emozioni negative che possono essere facilmente attivate, intense e di lunga durata. Durante questi momenti la sofferenza è insopportabile e ogni tentativo di comunicazione razionale risulta impossibile. Esse si trovano “fuori dalla finestra di tolleranza”, in una zona in cui le aree prefrontali non funzionano ed è attiva solo l’amigdala, l’area riservata alla gestione delle emozioni e degli impulsi. È in questi momenti che le ospiti possono mettere in atto gli agiti autolesivi e i comportamenti pericolosi che le contraddistinguono. Tutto ciò con lo scopo di ridurre, interrompere o evitare questa sofferenza indicibile. Ed è in questi momenti che, all’interno della comunità, ci viene richiesto di intervenire prontamente (prima, durante o dopo a seconda delle circostanze), sperimentando a volte quel sentimento di impotenza di cui parlavo sopra.

L’ascolto come mezzo per insegnare a valorizzarsi

Ritengo che, oltre all’intervento prettamente riabilitativo e a quello effettuato durante i momenti di crisi, gran parte del lavoro che ci viene richiesto sia quello di stare con le ragazze, non tanto quello di fare. A volte, infatti, il supporto che offriamo risiede nella semplice presenza. Nel trascorrere del tempo con loro, nell’interessarci alle loro storie e alle loro passioni, nell’ascoltarle e nel validarle nel momento in cui ottengono dei risultati positivi, nell’insegnare loro a valorizzarsi, a credere nelle loro capacità e ad assumere un atteggiamento non giudicante nei confronti dell’altro. In altre parole, stare con loro in un rapporto semplice e normale.

Per tutti questi motivi ritengo che, in una comunità, il lavoro educativo e riabilitativo di tutti i giorni, insieme al lavoro psicologico e terapeutico che portano avanti all’interno dei gruppi clinici, sia per loro molto prezioso e di grandissima utilità; per noi un’occasione di crescita e presa di consapevolezza personale, prima ancora che professionale.

L’importanza dell’equipe in una comunità

Una seconda riflessione volevo dedicarla all’équipe, strumento imprescindibile attraverso il quale viene fornita alle pazienti una cura “integrata” e a 360 gradi. L’équipe della comunità è formata da diverse figure professionali che hanno ruoli, vissuti, formazioni e mansioni differenti. Tutti insieme, con la condivisione delle loro opinioni e delle loro competenze, contribuiscono a progettare e implementare il trattamento riabilitativo e clinico più adeguato a ogni singola ospite. Si tratta di una équipe eclettica, all’interno della quale sono presenti professionisti di orientamenti diversi dal mio (mi sto formando, come la maggior parte delle mie colleghe, in psicoterapia e ho scelto l’indirizzo cognitivo comportamentale).

Ritengo che sia una bellissima opportunità quella di potersi confrontare con persone aventi formazioni differenti dalla mia. Questo perché mi permette di ampliare la cassetta degli attrezzi  e di accogliere spiegazioni, ragionamenti e interpretazioni anche diversi dai miei.

Un ulteriore prezioso contributo che devo all’équipe riguarda sicuramente:

  • i momenti di Formazione sul Disturbo Borderline di personalità, tenuti dal Responsabile clinico della comunità;
  • gli incontri di Supervisione.

Ritengo che siano entrambi opportunità di crescita. Ci permettono di acquisire informazioni e strumenti pratici nella gestione della quotidianità e dell’attivazione delle pazienti da un lato; dall’altro ci consentono di apprendere abilità nel riconoscimento e nella gestione emotiva nostra, di noi operatrici.

Superare le difficoltà del gruppo per un buon lavoro di squadra

Come accade per ogni altro “gruppo”, anche all’interno dell’équipe possono insorgere fraintendimenti o incomprensioni. Questi derivano appunto dalla diversità di pensieri e opinioni o dalla incompatibilità dei caratteri dei singoli; di fondamentale importanza, però, rimane il riflettere e il trarre insegnamenti anche da questi momenti, mettendosi in discussione e confrontandosi in modo costruttivo e non distruttivo.

In ogni caso, forse ancora di più che per altri contesti lavorativi, ritengo che il lavoro di squadra e la stima reciproca tra colleghi siano un ingrediente indispensabile per la riuscita di trattamenti il più possibile efficaci, dall’altra per creare un ambiente di lavoro accogliente, supportivo e contenitivo, all’interno del quale il singolo può sentirsi libero di esprimere i propri vissuti, sicuro di trovarsi di fronte a persone disponibili all’ascolto e al dialogo.

Come scrivevo all’inizio, mi sono unita a questa équipe di lavoro pochi mesi fa. Quello che ho potuto riscontrare fin dal primo momento è stato un ambiente pronto ad accogliermi e a insegnarmi come relazionarmi con le pazienti e come intervenire con loro, a partire dalle colleghe fino ad arrivare alla Coordinatrice e al Responsabile del programma di riabilitazione psicologica all’interno della comunità.

Una vita degna di essere vissuta

Vorrei concludere questo articolo con una lettera tratta dal libro “Una vita degna di essere vissuta” di Marsha Linhean. Diventata un’esperta nel trattamento di persone con Diagnosi di Disturbo Borderline di Personalità, dopo averne sofferto per anni e anni. Questa lettera è indirizzata al Dott. O’Brien, medico che l’ha curata durante il ricovero in un istituto psichiatrico, a seguito di quello che la stessa definisce come il “cambiamento significativo, come se un nuovo e più felice Io emergesse dal bozzolo del vecchio Io angosciato”:

“Fondamentalmente quello che è successo è che, come dice [il dottor] Proctor, ho trovato me stessa. L’unica conclusione che possiamo trarre è che il mio ventunesimo compleanno ha avuto un profondo effetto su di me. Il 6 Maggio ero in ufficio e a un tratto tutto è successo. È stato come se qualcuno mi avesse liberato dalle catene che mi imprigionavano. Come se, per tutta la vita avessi sbattuto contro un muro di mattoni, cercando di trovare il varco che portava alla salute mentale o, più verosimilmente, alla libertà. All’improvviso, ho visto il cancello davanti a me Dott. O’Brien, non so dirle quanto sia meraviglioso.

Mi sono tagliata per anni, ma non ho mai desiderato farlo. Ora, non devo farlo, a meno che non lo scelga io. Ho ferito gli altri, anche se non volevo. Non devo più farlo, a meno che non lo voglia. Sono stata malata e non volevo esserlo. Non sono più costretta a essere malata. Dottor O’Brien, non devo fare nulla che io non voglia… ho la felicità dentro di me. Sì, mi deprimo, piango, mi arrabbio, mando al diavolo tutto, ma sotto sotto, quando passa, c’è la felicità. Si ricordi, però, che ho trovato il cancello ma ho ancora un lungo percorso davanti a me”.